Nemici e amici per la pelle

Nemici e amici per la pelle

Nemici e amici per la pelle

Ricordo semiserio di don Giuseppe Poratelli

Stormo 66 contro Luci 64, un classico del calcio nel seminario di Venegono, tutti con lo stesso colore, il nero delle nostre vesti da prete, secondo le regole di San Carlo Borromeo che stabilivano che la veste era sacra.

Da buoni seminaristi da 10 in condotta giocavamo senza nessun trauma, l’attenzione era sul pallone non sul vestito. Per me, capitano delle Luci 64, era “el Puratell” il nemico numero uno essendo il centrocampista indomabile dello Stormo 66.

Tutti e due non tiravamo mai indietro la gamba così che quando ci scontravamo sullo stesso pallone sprizzavano scintille, una volta vinceva lui e una volta vincevo io. Eravamo negli anni tra il 1960 e il 1964. 

Insieme in Africa

Tocca a father Joseph (don Giuseppe Poratelli) toccare per primo il piede in Zambia nel 1971 per fondare la Parrocchia di Siavonga, collocata sull’immenso lago artificiale prodotto dalla diga di Kariba, capolavoro della industria italiana negli anni dal 1956 al 1960.

È il primo missionario, il primo bianco che parla con fluidità e passione la lingua tonga, per mettere tutti a proprio agio mentre annuncia il Vangelo con parole semplicissime che arrivano al cuore. Quanta pazienza per vedere i primi battesimi! Ma lui ci crede, ha una fede grande e una base spirituale solida, quella trasmessagli dai suoi stupendi genitori nel loro dialetto bustocco.

Il mercoledì era un giorno sacro, dedicato a visitare i villaggi lontani. La sua camionetta Toyota diventava come un camion capace di caricare mille cose e 20 persone nello stesso tempo. Io sono andato in Africa nel 1974 e un mercoledì mi sono unito alla carovana e quasi morivo di fame perché lui non mangiava niente, proprio per condividere la povertà della sua gente. Sono rimasto impressionato di come avvicinava le persone con un tono allegro e una cordialità unica specialmente i bambini e le vecchiette che lo adoravano.

Come divenne triste quando la guerra gli impedì questi viaggi, scampando miracolosamente a una mina piazzata in mezzo alla strada proprio un mercoledì, la sua presenza stava diventando scomoda.

Anni durissimi

La storia dice che l’indipendenza dall’Inghilterra nel 1964 produsse effetti diversi sulle sponde dello stesso fiume Zambesi, con la Zambia nera da una parte e la Rodesia bianca dall’altra, con il confine chiuso proprio sulla diga di Kariba. Anche le missioni ambrosiane furono spaccate in due con don Tanzi nella Kariba bianca e don Poratelli nella Siavonga nera, incomunicabili e sotto l’occhio vigile della polizia...

Nella trappola ci casca Father Joseph che viene accusato di essere una spia in contatto con il regime nemico di Smith. Il suo avvicinarsi al confine per apostolato e le sue visite alla centrale elettrica di Kariba fanno scattare gli arresti per delitto politico. Il tutto durò solo tre giorni di interrogatori e trasferimenti alla capitale Lusaka sotto una pressione fortissima che faceva temere il peggio. L’ha salvato la lunga mano del Vaticano, grazie all’intervento deciso del Nunzio apostolico.

Non dimentico la sua faccia stravolta dopo quella avventura che lo aveva fatto partecipe delle sofferenze della sua gente che tanto amava.

Il 18 aprile 1980 spuntò l’arcobaleno sul fiume Zambesi, sparisce il nome coloniale di Rodesia, nasce lo Zimbabwe. Il più contento del gruppo è naturalmente Father Joseph che orgogliosamente ci invita ad attraversare la frontiera che era rimasta chiusa per sette anni. Felicissimo è per la possibilità di riprendere i ritmi sacri del mercoledì visitando i suoi villaggi.

Arcobaleno sul fiume Zambesi

I nostri incontri mensili

La missione ambrosiana è nata a Kariba con don Ernesto Parenti nel 1960. In Zambia il primo gruppo storico (1966-1986) vede in squadra Sandro Tanzi, Emilio Sarri di Lodi, Emilio Patriarca, Giuseppe Poratelli, Giuseppe Parolo, il sottoscritto Antonio Colombo, Mario Papa, i fratelli oblati Carlo Comotti e Oreste Scaccabarozzi e per ultimo don Claudio Bernasconi.

Ogni mese ci si trovava insieme per un giorno intero, ruotando di missione in missione tenendo conto del clima e dei momento politici che avevano portato alla chiusura di Chirundu per bombardamenti e il crollo di ponti stradali per alluvioni o per la stessa guerra.

Per fare contento don Poratelli si doveva fare trovare sul tavolo più giornali o carta stampata possibile di qualsiasi lingua o colore (il massimo era una Gazzetta dello sport anche vecchissima). Per due ore non lo si poteva disturbare e se andava in bagno con un giornale si era certi che sarebbe uscito solo dopo averlo divorato tutto, annunci pubblicitari compresi. Nel silenzio profondo della notte il suo far girare le pagine dei giornali infastidiva il “vecchio” Sarri!

Dall’Italia i suoi genitori mandavano dell’ottimo vino e certi salamini che facevano risuscitare i morti. Era festa per tutto il gruppo.

La giornata si concludeva con il rosario recitato passeggiando nei cortili anche nei tempi duri del coprifuoco. Qualche volte ci accompagnavano i ruggiti dei leoni o il borbottio degli ippopotami sul fiume Zambesi intercalati da scambi di mitraglia tra le due sponde. La ciliegina sulla torta era la recita di Compieta in latino, a memoria, sotto il cielo stellato dei tropici.

Cartellino rosso

La sua passione per il calcio è cresciuta in Zambia su campi sabbiosi, ondulati, magari con un albero nel bel mezzo. Sempre incontenibile nei suoi scatti fulminei e nella sua foga da lottatore indomito. “Perdere una partita, mai!” Utilizzava l’inglese per dire che il suo calcio era duro, maschio ma non falloso (tough no rough) fino a quando non ha trovato il professor Turner, un vero arbitro inglese inflessibile, che lo ha espulso con un bel cartellino rosso per una entrata pericolosa da distruggere pallone e avversario. TOUGH davvero!

Dopo anni quell’affronto calcistico non l’aveva dimenticato!

Amico vero

Da Kafue ben 150 chilometri ci separavano, ma ciò non costituiva un ostacolo per una amicizia che andava crescendo grazie alla comune passione missionaria. Lunghe chiacchierate si facevano nei momento di incontro, soprattutto quando ci si poteva fermare sotto l’albero gigantesco della sua casa con lo sguardo sul lago di Kariba sempre di un intenso azzurro. Alla sera, pur morsicati dalle zanzare, si guardava con tristezza le luci delle barche che sulla sponda nemica della Rodesia continuavano a pescare tranquillamente, mentre sulla sponda zambiana vigeva uno strano coprifuoco. Qui l’unica pesca permessa era quella con l’amo!

I nostri contratti missionari avevano una scadenza di 12 anni, Milano ci ha richiamato a casa per essere parroci. A lui toccò Viggiù che tanto amò per 25 anni, tanto da meritarsi un posto nel suo cimitero.

Lo sport era sempre parte del suo apostolato nell’oratorio di Viggiù ma un giorno mi disse che aveva attaccato le scarpette al chiodo, non ce la faceva più, il suo scatto fulmineo si era spento. Cominciarono i guai della sua salute e della sua memoria.

Il gruppo storico continuò a riunirsi, spesso per i funerali dei nostri genitori, tutti parte della stessa grande famiglia come si usa in Africa. Ogni anno, di solito in agosto, avevamo un appuntamento speciale nella parrocchia di Vergiate con don Claudio Bernasconi, al ristorante Italia. Da buoni “combattenti e reduci” eravamo fedeli all’appuntamento come fanno sempre gli alpini. Sempre presenti don Emilio e don Carlo da Lodi per passare tre ore attorno a un tavolo ben imbandito mentre riaffioravano ricordi su ricordi con tante risate. Mi allontano nel 2007 per il Perù, ma ad ogni mia vacanza si rinnova l’incontro. Nel 2011 manca don Franco Maggioni stroncato da un infarto. Gli anni passano e gli acciacchi aumentano tanto che nel 2014 all’appuntamento di Vergiate mancavano i due don Giuseppe, Parolo e Poratelli, ambedue sotto osservazione nelle case di riposo di Varese.

Lì, sono andato a trovarli prima di tornare in Perù. I loro occhi erano sempre pieni di luce serena, meno vivace la memoria a meno che non si cominciasse a parlare in africano. La lingua tonga o ciniangia era rimasta ben impressa nella loro memoria, grazie anche alle tante Messe celebrate sugli altari più diversi compresi quelli sotto gli immensi alberi di baobab al ritmo dei tamburi, in una liturgia viva.

Gesù era contento di vivere tra i tonga, grazie al pioniere, sempre entusiasta, chiamato Father Joseph di Siavonga, il nostro don Peppino Poratelli.

Per chi suonerà la prossima campana?

Don Antonio Colombo

(missionario in Huacho, Perù)

Huacho 6 gennaio 2016, festa della Epifania

Post scriptum

Don Giuseppe Poratelli nacque a Gallarate nel 1940. Fu ordinato sacerdote nel 1966, in Zambia per 14 anni , a Viggiù per 25 anni fino al 2010. Muore a Varese il 5 dicembre 2015 ed è sepolto a Viggiù.

2. Chi volesse conoscere meglio la storia di quegli anni in Zambia, cerchi di rintracciare il mio libro “Milano – Kafue, andata e ritorno”