Arte mozambicana all’Abbazia di Morimondo (MI)

Parrocchia di S. Maria Nascente

Piazza S. Bernardo 1 – 20081 MORIMONDO (Mi)      

02.94963657          

                        1 febbraio 2016

COMUNICATO STAMPA

 

All’Abbazia di Morimondo la mostra

“Mozambico – Una storia attraverso l’arte”

 

Una mostra unica, nelle sale del chiostro dell’Abbazia di Morimondo, per raccontare la storia e la cultura dei popoli del Mozambico.

Una storia secolare, tramandata oralmente dai popoli Makua e Makonde, e che nella rassegna – visitabile dal 6 febbraio al 6 marzo – si svela attraverso sculture in ebano e avorio, quadri dipinti su stoffe e su paglia, batik, ma anche opere e oggetti di uso quotidiano, come i giocattoli o le suppellettili. A queste opere d’arte e ai reperti – salvati dalla distruzione durante la guerra civile e poi dalle alluvioni per merito delle Missionarie della Consolata negli anni dal 1963 a oggi – si aggiungono documenti, libri e dizionari in lingua originale, monete, francobolli, tesi di laurea, sementi, conchiglie.

Tra le opere più interessanti della collezione, le “capulane”: i coloratissimi tessuti che le donne usano come gonna, ma anche come telo per avvolgere il loro bimbo e portarlo sulle spalle. In mostra si possono ammirare anche capulane storiche, che riportano avvenimenti storico-politici. La mostra è organizzata dalla Parrocchia Santa Maria Nascente di Morimondo, in collaborazione con la Fondazione Abbatia Sancte Marie de Morimundo. Inoltre, la rassegna ha ottenuto il patrocinio del Comune di Morimondo, della Fondazione Per Leggere – Biblioteche Sud Ovest Milano e della rivista “Andare alle genti”.

L’inaugurazione, seguita da una visita guidata, si terrà sabato 6 febbraio, alle 16.00. Relatrice Fiorina Colombo, professoressa e autrice del volume “I valori religiosi del popolo Makua”, scritto insieme alla sorella Suor Dalmazia.

A rassegna conclusa, le opere saranno messe in vendita per finanziare i progetti di Suor Dalmazia Colombo, missionaria della Consolata in Mozambico (nel 2002 fu premiata con il Remigino d’oro dal Comune di Sedriano).

 

Date della mostra: da sabato 6 febbraio a domenica 6 marzo 2016

Giorni e orari di apertura: sabato ore 15 – 16.30 (ultimo ingresso ore 16). Domenica ore 15 – 17.30 (ultimo ingresso ore 17).

In settimana, apertura su richiesta per gruppi e scolaresche.

Ingresso: bambini fino a 12 anni gratis; adulti euro 3, fino al 28 febbraio. Euro 3,5 dal 1 marzo.

Abbazia di Morimondo, sale del Chiostro.Piazza San Bernardo 1, Morimondo (MI)
Orari sante messe: sabato ore 17, alla cappella San Riccardo (via
Comolli 12). Domenica ore 10.30 in Abbazia e ore 17.30 alla cappella San Riccardo.

Segreteria Fondazione Abbatia Sancte Marie de Morimundo

Telefono: 02.94.96.19.19

www.abbaziamorimondo.it

www.sullarcadinoe2.it

 

 

Nemici e amici per la pelle

Nemici e amici per la pelle

Ricordo semiserio di don Giuseppe Poratelli

Stormo 66 contro Luci 64, un classico del calcio nel seminario di Venegono, tutti con lo stesso colore, il nero delle nostre vesti da prete, secondo le regole di San Carlo Borromeo che stabilivano che la veste era sacra.

Da buoni seminaristi da 10 in condotta giocavamo senza nessun trauma, l’attenzione era sul pallone non sul vestito. Per me, capitano delle Luci 64, era “el Puratell” il nemico numero uno essendo il centrocampista indomabile dello Stormo 66.

Tutti e due non tiravamo mai indietro la gamba così che quando ci scontravamo sullo stesso pallone sprizzavano scintille, una volta vinceva lui e una volta vincevo io. Eravamo negli anni tra il 1960 e il 1964. 

Insieme in Africa

Tocca a father Joseph (don Giuseppe Poratelli) toccare per primo il piede in Zambia nel 1971 per fondare la Parrocchia di Siavonga, collocata sull’immenso lago artificiale prodotto dalla diga di Kariba, capolavoro della industria italiana negli anni dal 1956 al 1960.

È il primo missionario, il primo bianco che parla con fluidità e passione la lingua tonga, per mettere tutti a proprio agio mentre annuncia il Vangelo con parole semplicissime che arrivano al cuore. Quanta pazienza per vedere i primi battesimi! Ma lui ci crede, ha una fede grande e una base spirituale solida, quella trasmessagli dai suoi stupendi genitori nel loro dialetto bustocco.

Il mercoledì era un giorno sacro, dedicato a visitare i villaggi lontani. La sua camionetta Toyota diventava come un camion capace di caricare mille cose e 20 persone nello stesso tempo. Io sono andato in Africa nel 1974 e un mercoledì mi sono unito alla carovana e quasi morivo di fame perché lui non mangiava niente, proprio per condividere la povertà della sua gente. Sono rimasto impressionato di come avvicinava le persone con un tono allegro e una cordialità unica specialmente i bambini e le vecchiette che lo adoravano.

Come divenne triste quando la guerra gli impedì questi viaggi, scampando miracolosamente a una mina piazzata in mezzo alla strada proprio un mercoledì, la sua presenza stava diventando scomoda.

Anni durissimi

La storia dice che l’indipendenza dall’Inghilterra nel 1964 produsse effetti diversi sulle sponde dello stesso fiume Zambesi, con la Zambia nera da una parte e la Rodesia bianca dall’altra, con il confine chiuso proprio sulla diga di Kariba. Anche le missioni ambrosiane furono spaccate in due con don Tanzi nella Kariba bianca e don Poratelli nella Siavonga nera, incomunicabili e sotto l’occhio vigile della polizia...

Nella trappola ci casca Father Joseph che viene accusato di essere una spia in contatto con il regime nemico di Smith. Il suo avvicinarsi al confine per apostolato e le sue visite alla centrale elettrica di Kariba fanno scattare gli arresti per delitto politico. Il tutto durò solo tre giorni di interrogatori e trasferimenti alla capitale Lusaka sotto una pressione fortissima che faceva temere il peggio. L’ha salvato la lunga mano del Vaticano, grazie all’intervento deciso del Nunzio apostolico.

Non dimentico la sua faccia stravolta dopo quella avventura che lo aveva fatto partecipe delle sofferenze della sua gente che tanto amava.

Il 18 aprile 1980 spuntò l’arcobaleno sul fiume Zambesi, sparisce il nome coloniale di Rodesia, nasce lo Zimbabwe. Il più contento del gruppo è naturalmente Father Joseph che orgogliosamente ci invita ad attraversare la frontiera che era rimasta chiusa per sette anni. Felicissimo è per la possibilità di riprendere i ritmi sacri del mercoledì visitando i suoi villaggi.

Arcobaleno sul fiume Zambesi

I nostri incontri mensili

La missione ambrosiana è nata a Kariba con don Ernesto Parenti nel 1960. In Zambia il primo gruppo storico (1966-1986) vede in squadra Sandro Tanzi, Emilio Sarri di Lodi, Emilio Patriarca, Giuseppe Poratelli, Giuseppe Parolo, il sottoscritto Antonio Colombo, Mario Papa, i fratelli oblati Carlo Comotti e Oreste Scaccabarozzi e per ultimo don Claudio Bernasconi.

Ogni mese ci si trovava insieme per un giorno intero, ruotando di missione in missione tenendo conto del clima e dei momento politici che avevano portato alla chiusura di Chirundu per bombardamenti e il crollo di ponti stradali per alluvioni o per la stessa guerra.

Per fare contento don Poratelli si doveva fare trovare sul tavolo più giornali o carta stampata possibile di qualsiasi lingua o colore (il massimo era una Gazzetta dello sport anche vecchissima). Per due ore non lo si poteva disturbare e se andava in bagno con un giornale si era certi che sarebbe uscito solo dopo averlo divorato tutto, annunci pubblicitari compresi. Nel silenzio profondo della notte il suo far girare le pagine dei giornali infastidiva il “vecchio” Sarri!

Dall’Italia i suoi genitori mandavano dell’ottimo vino e certi salamini che facevano risuscitare i morti. Era festa per tutto il gruppo.

La giornata si concludeva con il rosario recitato passeggiando nei cortili anche nei tempi duri del coprifuoco. Qualche volte ci accompagnavano i ruggiti dei leoni o il borbottio degli ippopotami sul fiume Zambesi intercalati da scambi di mitraglia tra le due sponde. La ciliegina sulla torta era la recita di Compieta in latino, a memoria, sotto il cielo stellato dei tropici.

Cartellino rosso

La sua passione per il calcio è cresciuta in Zambia su campi sabbiosi, ondulati, magari con un albero nel bel mezzo. Sempre incontenibile nei suoi scatti fulminei e nella sua foga da lottatore indomito. “Perdere una partita, mai!” Utilizzava l’inglese per dire che il suo calcio era duro, maschio ma non falloso (tough no rough) fino a quando non ha trovato il professor Turner, un vero arbitro inglese inflessibile, che lo ha espulso con un bel cartellino rosso per una entrata pericolosa da distruggere pallone e avversario. TOUGH davvero!

Dopo anni quell’affronto calcistico non l’aveva dimenticato!

Amico vero

Da Kafue ben 150 chilometri ci separavano, ma ciò non costituiva un ostacolo per una amicizia che andava crescendo grazie alla comune passione missionaria. Lunghe chiacchierate si facevano nei momento di incontro, soprattutto quando ci si poteva fermare sotto l’albero gigantesco della sua casa con lo sguardo sul lago di Kariba sempre di un intenso azzurro. Alla sera, pur morsicati dalle zanzare, si guardava con tristezza le luci delle barche che sulla sponda nemica della Rodesia continuavano a pescare tranquillamente, mentre sulla sponda zambiana vigeva uno strano coprifuoco. Qui l’unica pesca permessa era quella con l’amo!

I nostri contratti missionari avevano una scadenza di 12 anni, Milano ci ha richiamato a casa per essere parroci. A lui toccò Viggiù che tanto amò per 25 anni, tanto da meritarsi un posto nel suo cimitero.

Lo sport era sempre parte del suo apostolato nell’oratorio di Viggiù ma un giorno mi disse che aveva attaccato le scarpette al chiodo, non ce la faceva più, il suo scatto fulmineo si era spento. Cominciarono i guai della sua salute e della sua memoria.

Il gruppo storico continuò a riunirsi, spesso per i funerali dei nostri genitori, tutti parte della stessa grande famiglia come si usa in Africa. Ogni anno, di solito in agosto, avevamo un appuntamento speciale nella parrocchia di Vergiate con don Claudio Bernasconi, al ristorante Italia. Da buoni “combattenti e reduci” eravamo fedeli all’appuntamento come fanno sempre gli alpini. Sempre presenti don Emilio e don Carlo da Lodi per passare tre ore attorno a un tavolo ben imbandito mentre riaffioravano ricordi su ricordi con tante risate. Mi allontano nel 2007 per il Perù, ma ad ogni mia vacanza si rinnova l’incontro. Nel 2011 manca don Franco Maggioni stroncato da un infarto. Gli anni passano e gli acciacchi aumentano tanto che nel 2014 all’appuntamento di Vergiate mancavano i due don Giuseppe, Parolo e Poratelli, ambedue sotto osservazione nelle case di riposo di Varese.

Lì, sono andato a trovarli prima di tornare in Perù. I loro occhi erano sempre pieni di luce serena, meno vivace la memoria a meno che non si cominciasse a parlare in africano. La lingua tonga o ciniangia era rimasta ben impressa nella loro memoria, grazie anche alle tante Messe celebrate sugli altari più diversi compresi quelli sotto gli immensi alberi di baobab al ritmo dei tamburi, in una liturgia viva.

Gesù era contento di vivere tra i tonga, grazie al pioniere, sempre entusiasta, chiamato Father Joseph di Siavonga, il nostro don Peppino Poratelli.

Per chi suonerà la prossima campana?

Don Antonio Colombo

(missionario in Huacho, Perù)

Huacho 6 gennaio 2016, festa della Epifania

Post scriptum

Don Giuseppe Poratelli nacque a Gallarate nel 1940. Fu ordinato sacerdote nel 1966, in Zambia per 14 anni , a Viggiù per 25 anni fino al 2010. Muore a Varese il 5 dicembre 2015 ed è sepolto a Viggiù.

2. Chi volesse conoscere meglio la storia di quegli anni in Zambia, cerchi di rintracciare il mio libro “Milano – Kafue, andata e ritorno”

ultimo fiore 2015

 

 Roma e l’uva di Natale 

Una mostra su Roma città eterna

 

Roma, città eterna

Da tanto tempo ci pensavo, doveva essere qualcosa di mio, vissuto personalmente non copiato da libri di arte o di storia, un evento culturale che possa interessare e entusiasmare in Perù a 12 ore di volo dalla Piazza San Pietro e dal Colosseo.

È ormai una tradizione che porto avanti dal 2009 con Giotto e San Francesco, Michelangelo Buonarroti, Santa Rosa da Lima, Leonardo da Vinci e ora la città di Roma. Il Salone Paolo VI è adattissimo per questi eventi culturali. Sulla parete centrale un pannello di 6 x 3 metri: l’abbraccio di Piazza San Pietro con a fianco il Colosseo e l’Altare della Patria, sintesi di tutta la mostra.

Sulle pareti a destra la Roma antica, i suoi personaggi, le sue fontane, la storia del secolo XX, la Roma 2015 e Il pannello dal titolo la MIA ROMA vista a 14 anni, a 18, a 24 e a 74 anni.

Roma turistica

 Sulle pareti di sinistra la Roma cristiana, la basilica San Pietro, il Vaticano, l’elezione di Papa Francesco, gli ultimi 7 papi, la Cappella Sistina. Collocati qua e là i quadri di Papa Francesco e Paolo VI, la Mappa del Vaticano, l’elenco dei 266 Papi della storia a partire dal pescatore di uomini San Pietro e scatti fotografici della mia ultima visita a Roma nel 2014. Le 10 colonne portano i tre colori dell’Italia e il bianco e giallo della bandiera vaticana.

 

La mia Roma

Tre documentari passavano su grande schermo con bellissime immagini, commentate naturalmente in spagnolo.

L’apertura della mostra ha visto la presenza del critico d’arte e amico professor Luis Villacorta che ha incantato gli ascoltatori sottolineando come davvero Roma è nostra madre per mille motivi culturali, giuridici, linguistici e religiosi. Lui stesso ha guidato il primo gruppo spiegando tutte le 76 nitidissime foto con dimensioni di un metro. Non finiva più, ma tutti lo seguivano.

 Visitatori oltre i mille

La mostra è rimasta aperta dal 11 al 21 di ottobre 2015, tanti i parrocchiani, alcuni turisti ma soprattutto scuole medie, secondarie e università con una serata dedicata a 150 professori di religione. 

mostra di Roma

Naturalmente è toccato a me fare la parte del leone come guida che sa sottolineare anche dettagli quasi invisibili come i piedi della statua in bronzo di san Pietro consumati dai baci ricevuti lungo cinque secoli, compresi i miei. La foto della bocca della verità che può mangiarsi le mani dei bugiardi impressionava piccoli e grandi.

 Devo sottolineare l’appoggio dato dal Municipio e la novità di tre guide universitarie esperte e sorridenti, Liliana, Bruno e Carlos, che in modo appassionato hanno coinvolto soprattutto gli studenti delle superiori. Immancabile e puntuale, ogni giorno, la presenza di Milena incaricata dei documentari e soprattutto di invitare con gentilezza a lasciare un commento scritto nel libro della mostra.

Ben novanta sono i commenti, creando l’imbarazzo della scelta. “Conoscere una cultura è accorciare le distanze e viaggiare nel tempo. Un amico, una guida, un fratello in Cristo a cui piace condividere la sua cultura, così è padre Antonio ambasciatore nella nostra città dimostrando lo splendore dell’Italia e del Vaticano con la loro storia”. “Con la mostra ho conosciuto il Vaticano, un sogno che è diventato realtà!” Il ragazzo Noè scrive semplicemente: “Molto bella, molto interessante”. Più sintetica Katya: “Impressionante!”

 

attentissimi

Agli studenti delle 15 scuole che visitarono la mostra si consegnò una scheda con varie domande per un concorso a premi. Una era questa: “Quale foto del Vaticano ti ha impressionato di più?” A sorpresa Fatima e altri così rispondono: “I giardini del Vaticano dove si può apprezzare la bellezza della natura attraverso gli alberi e i fiori perfettamente e artisticamente collocati. Esaltano l’opera della creazione e offrono, a coloro che possono visitarli, momenti di pace e di raccoglimento”.

È stato un lavoro non da poco preparare il tutto, ma ne è valsa la pena grazie anche alle capacità artistiche del professor Carlos Grados che ha saputo scegliere foto di altissima qualità valorizzando al meglio lo strumento tecnico della gigantografia su plastica.

 Toh, mio marito si sta sposando!

Matrimonio religioso

Stava passeggiando tranquilla per la Piazza d’Armi di Huacho con il suo cagnolino, quando la curiosità la spinse ad avvicinarsi al Palazzo Comunale dove si stavano celebrando i cosiddetti “bodas masivas[matrimoni di massa, collettivi, ndr.] di circa 40 coppie. Scoppia lo scandalo quando vede suo marito ( o ex marito, papà di suo figlio) che sta presentandosi al Sindaco con al braccio una nuova sposa. Si precipita addosso reclamandolo in toni violenti. Lo sposo colto in flagrante non si turbò più di tanto e continuò a tenersi stretta la nuova fiamma. L’altra non intendeva mollare la presa, velocissimamente va a casa, prende i vestiti del marito, torna e glieli getta in faccia.

Nel tafferuglio interviene la polizia municipale, però le nuove nozze, nonostante tutto, vanno in porto. Questo succede a Huacho il 15 novembre 2015.

Pochi giorni primi nella Cattedrale avevo celebrato il matrimonio comunitario con sei coppie compresa quella che aveva alle spalle 51 anni di matrimonio civile. Erano felicissimi con tutti i loro figli, nipoti e pronipoti.

Il Sindaco e i venditori ambulanti

A due giorni dal Natale sono invitato in Municipio per una breve preghiera davanti a circa 200 impiegati, dieci consiglieri comunali e naturalmente il Sindaco. Nel protocollo, ho dieci minuti a disposizione per parlare di Gesù Bambino, i pastori, il gloria degli angeli, i re magi, naturalmente lasciando da parte la brutta figura del politico Erode. Tutto è stato ben preparato e mi trovo a mio agio senza quasi accorgermi che manca il Sindaco. Al termine, sottovoce chiedo al segretario: “Ma il Sindaco dov’è?”. “Bloccato in casa dai venditori ambulanti inferociti!”

È un tema delicato, non posso esprimermi troppo anche se tanti sanno del mio disaccordo con l’ordinanza municipale che rimuove dalle strade di Huacho oltre mille venditori ambulanti, compresi i miei amici che sempre stavano davanti alla Chiesa, alla parrocchia e agli ospedali. Quello di Natale era il terzo scontro violento conclusosi con la liberazione del Sindaco che da parte sua, ha dato due giorni di libera vendita natalizia, un tipo di “O bei o bei” di Milano per Sant’Ambrogio.

Passata la tregua, di nuovo gli ambulanti sono sul piede di guerra. So che qualsiasi soluzione non sarà facile da prendere.

Notizie in breve

  • Ottobre è sempre con il Signore dei Miracoli e le sue cinque processioni per le vie della città, dall’alba fino a notte fonda. Puntualmente riappare la Confraternita con i suoi 200 tra iscritti e devoti che lasciano da parte casa e lavoro per dare al “Cristo Moreno” la possibilità di visitare i suoi fedeli dando a tutti una parola di speranza che miracolosamente raggiunge i cuori.
  • Una coppa d’oro, una d’argento, un premio al capocannoniere e uno al miglior giocatore assoluto, sono il bilancio della prima uscita ufficiale della Scuola Calcio della Cattedrale. Le maglie gialle si stanno facendo onore nella città, nella regione e si affacciano al livello nazionale.

 

Coppa under 12

Si tratta di 60 bambini, ragazzi e giovani dai 5 ai 17 anni. Se Inter o Milan hanno bisogno di “pulcini” per i loro vivai possono venire qui a vederli.

Felici e contenti

  La squadra vincitrice

  • Una immersione con il sottomarino Huascar ha segnato la conclusione dell’anno scolastico del corso di italiano, con la gita alla Punta di Lima sull’Oceano Pacifico. Fa impressione soprattutto perché si tratta sempre di uno strumento di guerra, mentre Natale ci fa sognare la pace.

La classe di italiano in gita scolastica

             

Il sottomarino                                                all’interno

  • Quota 75. Il 6 dicembre sono arrivato al 75° compleanno celebrato con solennità secondo il collaudato stile locale. Questo numero 75 nel linguaggio del diritto canonico indica la fine della responsabiltà come parroco, presentando per iscritto la rinuncia al Vescovo. 

Risposta: “Antonio, continua tranquillo”.

  • Dicembre, mese delle 200 Prime Comunioni e 105 Cresime. Momenti belli, intensamente vissuti, eleganza nei vestiti e gioia nelle famiglie e ristoranti. La domenica successiva il vuoto quasi totale. Perché?
  • L’anno della misericordia è arrivato oltreoceano sottovoce. La porta santa della Cattedrale è stata aperta domenica 13 dicembre con un clima di fede e semplicità. Le confessioni pre-natalizie, programmate per tre ore, hanno visto solo cinque penitenti.

 Verso Betlemme con cioccolata calda

Non so come sia nata questa simpatica tradizione prenatalizia che spinge a cercare i “poveri” offrendo loro un bicchiere di cioccolata calda con il contorno della allegria dei pagliacci, panettoni, bambole, giochi, vestiti e canti natalizi dai ritmi andini.

Per me la prima cioccolattata è sempre tra i monti riunendo i bambini e i genitori di tre piccole scuole a Peñico, valle del Rio Supe. Con me c’era una famiglia di Lima con un ragazzo di 13 anni che ha passato tutto il giorno giocando con loro con una allegria e spontaneità unica. “Regalo un pallone a chi mi risponde a cinque domande sulla Bibbia, siete pronti?” Purtroppo nessuno è andato più in là della terza, è una zona che quasi mai vede un sacerdote. Gesù Bambino nasce anche lì.

La seconda cioccolattata ha radunato 100 alunni di scuole speciali dai due anni a quelli oltre i trenta. Il pagliaccio è riuscito a farli ballare e cantare ma il momento più vero è stato il presepe vivente con San Giuseppe e la Madonna che deposero un bel Gesù Bambino sull’erba verde dello Stadio 70. Tutti, come d’incanto, si sono avvicinati per toccare e baciare il Bambino che era un pupazzo paffutello. Ho ammirato l’amore delle nonne, delle mamme e delle maestre di questi specialissimi amici del Bambino Gesù. 

pronti via

cioccolattata

 La terza cioccolattata ha visto un record di partecipazione con 200 bambini compreso uno di quattro giorni, protetto tenerissimamente da sua mamma. Tra le colline che circondano la baia di Huacho ci sono ormai migliaia e migliaia di case di fortuna con tanti bambini che sognano un futuro migliore. 

rispondono veloci

regali biblici

  Gli studenti di italiano hanno preparato tutto con entusiasmo e precisione senza badare al sole e alla polvere, coinvolgendo genitori e nonni. Sono state tre ore di vera allegria con i bambini veloci anche nelle risposte alle domande bibliche, compresi i protestanti. 

danza andina

la squadra azzurra

 Saggiamente, al posto della cioccolata, si è distribuita una bibita fresca e tanti bellissimi regali comperati all’ingrosso a Lima. Gli studenti si erano autotassati anche facendo un pranzo per raccogliere fondi nel sogno di poter aiutare a costruire un piccolo asilo nido.

 

contenta nel dare

contenti nel ricevere

 

 panettoni e regali

 La quarta cioccolattata era dedicata ai “clienti” della mensa popolare parrocchiale per un pranzo nel verde dello Stadio 70. Il numero è cresciuto e tanti nonni e nipotini si sono aggiunti alla carovana, quasi assaltando due pullman.Ore di svago con concorsi di ballo o di canto prima dell’abbondante piatto di fritto misto di pesce del vicinissimo mare, bibite fresche e una buona fetta di panettone. Regalini e vestiti per tutti con il gran finale di un ballo andino dei bambini del nostro doposcuola. Non sempre al tempo con la musica, ma simpaticissima nei movimenti, era la piccolissima Betty di quattro anni.

i più piccoli

piccolissima ballerina

 Presepi con il cuore

Da mesi ci aspettavano al carcere di Carquin, mettendo da parte 500 bottiglie di plastica per fare la grotta di Betlemme. È la quarta edizione del concorso tra i cinque padiglioni che ce la mettono tutta per vivere la speranza del Natale preparando il pensiero biblico, un canto e naturalmente il presepio a secondo degli spazi a disposizione, da un sottoscala ai 30 metri all’aperto.

Alcune lacrime hanno rigato il mio volto durante un canto natalizio dedicato a compagni morti nel 2015, canto lento, triste con il ritornello: Tu che sei solo, che hai una pena nel cuore, che sei lontano dalla mamma, vieni a casa mia, stanotte è Natale.

Toni allegri in un altri reparti con 200 o 400 a fare da coro mimando l’asino che veloce vuole arrivare a Betlemme.

                       

 Albero di bottiglie angelo di Betlemme

immaginette

                                  

premiato nel carcere canto natalizio triste 

Tutti i presepi erano opere originali di grande valore con materiale riciclato anche per fare le statuine. Il presepio all’aperto aveva un vero angelo seduto sul tetto della capanna, lanciando fiori verso il Bambino, mentre un pastore giaceva addormentato tra le sue pecorelle.

Ha vinto il più piccolo dei presepi grazie al punteggio alto ottenuto dal discorso del responsabile del reparto che ha saputo unire gli avvenimenti di Betlemme al momento storico che lui e i suoi compagni stavano vivendo, tra melanconia e speranza.

 Un altro tipo di carcere è l’Ospedale sia pure per tempi più limitati. Di reparto in reparto è passata la carovana natalizia composta da medici, infermieri e personale del Regionale, spandendo musica e sorrisi accolti con gioia anche da chi si trovava quasi all’ultimo respiro. Nessun problema qui per trovare un Gesù Bambino vero tra quelli nati il giorno prima, lo hanno adagiato nella capanna con il canto: “Oggi è nato un bel Bambino…”

 L’uva di Natale

La Nochebuena del 24 esprime tutto il valore religioso e popolare del Natale. È sempre un momento unico quando sull’altare rinasce Gesù Bambino e attorno a lui si riuniscono tutti i vivi e defunti che ho incontrato nella mia vita.

Messa di Nochebuena alle ore 21 per essere pronti a mezzanotte con il Vescovo e i seminaristi per mangiare il tacchino e il Panettone, tutto in semplicità. Nelle case tutte le famiglie sono sveglie, collocano il Bambino nel presepe e restano unite fino alla sera del 25.

gruppo Beneficenza

Ma qualcuno non ha famiglia.

È Natale mattina, la Chiesa e la città sono avvolte nel silenzio, è estate, fa caldo, è meglio andare al mercato a comperare uva e mandarini. Per chi?

Con almeno 4 chili di frutta percorro 200 metri e busso alla porta della Beneficenza  Pubblica che ospita almeno 40 ragazzi e ragazze con problema familiari. ”Buon Natale, padre, oggi le bambine non ci sono, tutte sono andate in famiglia. Vada dai ragazzi, ne troverà qualcuno”. Le strade sono deserte, giro l’angolo e suono il campanello. Molto sorpresa mi apre l’unica maestra rimasta a Natale con 10 ragazzi dai 6 ai 16 anni, nessuno delle loro famiglie si era fatto vivo. Alcuni stanno giocando a calcio, tre sono alla televisione, uno è al computer ed è subito allegria. C’è un presepe e un tavolo dove colloco la mia grossa borsa. Il regalo piace a tutti, l’uva bianca, chiamata Italia, è proprio l’ideale, un grappolo a me, uno a te, mentre i mandarini saranno per la merenda.

Ragazzi dell’uva di Natale 

Ho un regalo speciale: 44 foto del Battesimo e Prime Comunioni del gruppo. Quattro sono presenti e con occhi pieni di luce intrecciano commenti su ogni foto, come è bello sentirli. Ma non stanno fermi e così con un gruppetto facciamo la gara a chi segna per primo 3 canestri su dieci. Vince la maestra, io ho perso la misura nel tiro. Toccano alla porta, arriva la cuciniera con il pranzo di Natale, naturalmente con il tradizionale tacchino e il Panettone. Resta il tempo di riunirci tutti attorno al presepe per un simpatico canto a Gesù Bambino con le parole: Al Bambino hanno dato del brodo, ma l’ha rifiutato, era troppo dolce e così ha dovuto mangiarselo San Giuseppe”.

All’uscita mi trovo davanti la spiaggia dell’Oceano con i primi bagnanti che

sfidano le onde.

Un Natale con grappoli d’uva non l’avevo programmato.

 

Don Antonio Colombo

 

Huacho 31 dicembre 20015

LE ORIGINI

Il varo dell’Arca di Noè e Giuditta

Cronistoria scritta dalla primogenita suor Dalmazia

cornici foto genitori
L'Arca di Noè è stata varata il 29 dicembre 1934 Dolzago, allora provincia di Como, oggi di Lecco.
A bordo vi erano due novelli sposi Giuditta Chiarcossi e Noè Colombo.
Noè era un esperto falegname, Giuditta, Gitta per gli amici, una stupenda sposina, venuta dal Friuli, che aveva viaggiato molto in Italia e conosceva il mondo attraverso i racconti di suo papà, il nonno Antonio che aveva emigrato persino in Australia.
Il 22 dicembre 1935, era una domenica. Dopo la Messa domenicale gli sposi decisero di andare al cinema - erano appassionati, specialmente lui -. Ma quel giorno anche lei voleva assistere ad ogni costo alla proiezione del film su San Giovanni Bosco. Ci furono momenti di esitazione perché… era in arrivo il terzo ospite dell'Arca. Ma a conti fatti, mancavano ancora una decina di giorni all'evento, per cui, subito dopo pranzo, sul calesse del vicino, Gitta  e Noè andarono al cinema ad Oggiono, a tre chilometri di distanza su una strada che allora non era asfaltata!
Sta di fatto che, durante la proiezione, il terzo inquilino annunciò che era vicino, molto vicino, per cui, dopo il primo tempo, Noè e Gitta ripercorsero il cammino verso l'Arca. Nevicava. L'atteso arrivò alle 21: era una bambina e la chiamarono Maria Grazia, quella che un giorno diverrà Suor Dalmazia  e che sta ora presentandosi, facendo memoria di come l'Arca di Noè andò popolandosi con la venuta di altri cinque figli.
Della mia nascita mi raccontavano i miei genitori (la mamma diceva che ero una neonata normale, ma il papà mi ricordava sempre che ero piccola piccola, alta come una bottiglietta di aranciata!!).
Prima dell'arrivo del secondo figlio di Noè e Gitta, passarono tre anni. Era infatti il 4 gennaio 1939, quando mi dissero: "È nato Giovannino!" E mi portarono in camera dei genitori. Mi arrampicai sul lettone, mi avvicinai alla mamma che aveva accanto a sé il fratellino e dissi: "Giovannino, Giovannino bello, guarda la tua Maria Cracina!"
Avevo poi 5 anni quando mi dissero che nell'Arca c'era un altro ospite. Ricordo benissimo quel momento. Era il 6 dicembre 1940. Deve essere stata una bella giornata perché in quel pomeriggio, in cortile, stavo rincorrendo una amichetta, quando la zia Fiorina, sorella di mamma, mi prese al volo e mi disse: "È nato un altro Giovannino". Mi fermai e, senza perdere lo slancio della corsa, risposi: "Cosa vuoi che sia! Tanto io sono sempre la maggiore!" e ripresi la rincorsa. Poco dopo ammiravo, avvolto in fasce, il nuovo arrivato: Antonio.
Nel 1943, quando nacque Ermanna, frequentavo già la terza classe elementare! Avevo notato che, da qualche giorno, veniva nell'Arca, Anna Annetti, la levatrice, con la sua immancabile valigetta dove c'erano i bambini… Parlava qualche momento con la mamma, poi andava via. Ma quella sera ormai buia del 27 ottobre, entrò e salì in camera preceduta dalla mamma. Mi mandarono a dormire dai vicini. Al mattino, ecco la sorpresa: nel lettone della mamma c'era una bimbetta, piccola, piccola, con i capelli neri, neri: compresi tutto Anna Annetti aveva lasciato la bimba alla mamma. Una bambina: benissimo, siamo due a due! 
Il  2 di agosto 1946 non lo dimenticherò mai. Al mattino verso le 7, forse prima, mi svegliarono e mi dissero che la mamma non stava bene e di andare a Costamasnaga, un paese a sette otto chilometri da Dolzago, a chiamare le zia Teresina, in bicicletta. Naturalmente avevo il cuore in gola e corsi il più possibile su e giù per le colline, su quelle strade polverose. Trovai la zia, comunicai la malattia della mamma e, con mio grande stupore, lei non mostrò la minima apprensione. Mi chiese se avevo visto papà Noè. Risposi che lui partiva alle sei, e che andato al lavoro. "Che domanda. Se il papà fosse stato a casa, mica mi avrebbero fatto correre a chiamare lei!" Poi la bicicletta di papà non c'era più, quindi era andato al lavoro. Ancor oggi rivivo l'apprensione e lo stupore che provai nel vedere zia Teresina, affatto allarmata, finire i suoi lavori tranquillamente, porre non so cosa nella borsa… e poi, finalmente, con calma venir via con me,  parlando del più e del meno come se nulla fosse.
Appena entrati nel cortile, nuova sorpresa dolorosa: la bicicletta del papà era accostata al muro, come buttata lì da chi ha avuto fretta. Salii le scale di corse e sul pianerottolo stavano due o tre persone che parlottavano guardando qualcosa. Appena mi sentirono, si girarono verso di me e… mi mostrarono Rosy, una "cosetta" dal musetto piccolo, piccolo, in fasce… era la mia sorellina. Il mistero era svelato! 
L'ultimo a venire a bordo fu Giuseppe il 29 novembre 1948! Di Giuseppe ricordo l'attesa della sua venuta, non il momento esatto della sua nascita, sì quella in cui lo portai in braccio fino alla chiesa, per il Battesimo. 
Giuseppe, l'ultimo arrivato, fu il primo a raggiungere, in un balzo, l'Arcobaleno del Cielo, il 22 luglio 1968,  mamma Gitta  salì con lui Lassù il 21 ottobre 1983. Giovannino li seguì nel Natale 1987 e papà Noè, il 19 febbraio 1989 raggiunse in Dio  mamma Gitta e i due figli. 
Sull'Arca navigano ancora don Antonio, Ermanna, Rosy, Maria Grazia… 

Spigolature dal Mozambico

MOZAMBICO

Da quando, nel 1962, ricevetti la destinazione missionaria per il Mozambico, questo divenne il “MIO PAESE”. Con lui e la sua gente ho vissuto tanti e tanti anni, condividendo gioie e dolori.

clero mozambicano
incontri preziosi
tempo di incontri
ricordando i miei primi passi in Mozambico

Non essendoci stato dopo il 1992, alla fine della guerra civile, grandi eventi, specialmente negativi, a chi mi chiedeva come va in Mozambico, rispondevo sempre: “Bene, non c’è la guerra, il regime marxista non è più in  vigore…. “. Avrei potuto parlare di “minacce di guerra”, di scontri militari da guerra civile fra governo e l’opposizione, brogli nelle elezioni politiche, assassini  di personalità dell’opposizione….   Non ne parlavo anche perché non possedevo dati sicuri, poiché i fatti si realizzavano al Sud del Paese, i mezzi di comunicazione spesso ambigui… ma quando via Internet lessi l’appello dei Vescovi Mozambicani  sentii che dovevo condividerlo e chiedere a tutti voi preghiere perché la Pace e la Giustizia sociale, la vera democrazia siano concessi al Mozambico .

Appello dei Vescovi Cattolici  

della Conferenza Episcopale del Mozambico

Gesù disse: Metti la spada nel fodero, poiché chi di spada ferisce, di spada perisce” (Vangelo secondo Matteo 26, 52)

Noi, Vescovi  Cattolici del Mozambico, riuniti in sessione plenaria, preoccupati con la situazione politico-militare in continuo peggioramento,  ed ascoltando il clamore del popolo che si traduce in urla di dolore:

  • Delle famiglie che piangono la  morte dei loro figli caduti in combattimento
  • Degli sfollati all’estero che lasciano il Paese con il rischio di perdere la vita
  • Dei bambini e dei giovani che sono obbligati ad abbandonare gli studi
  • Degli agricoltori che non possono coltivare la loro terra per mantenere se stessi e le loro famiglie
  • Degli “impoveriti” dovuto alla paralisi delle loro attività commerciali
  • Degli investitori interni ed esterni che vedono andare in fumo progetti di sviluppo per la progressiva insicurezza.
  • Degli stabilimenti di turismo che rimangono deserti con conseguente perdita di posti di lavoro .
  • Della popolazione tutta che fa esperienza della lievitazione dei prezzi in seguito alla svalorizzandone della moneta locale (il cambio  è passato da meno di 40 meticais per un Euro, a 58 MT, senza aggiustamento salariale – ndr)

Di fronte a questi clamori e a molte altre grida di dolore che giungono fino a noi, deploriamo l’incoerenza fra quanto si dice e quanto si fa. Appelliamo al Governo e alla Renamo (il partito dell’opposizione- ndr)  perché :

  • Si abbandonino le armi
  • Si riprenda immediatamente il dialogo efficace fra le due parti in conflitto coinvolgendo altre forze vive della società.

Rivolgiamo il nostro appello anche a tutti i cittadini, a tutte  le istituzioni della società e ai cristiani in particolare, affinché si impegnino nella costruzione della pace attraverso gesti di riconciliazione, di convivenza civile  e democratica, di rispetto per le differenze e della corresponsabilità nello sviluppo del Paese.

Confidiamo nella forza della preghiera, invitiamo i cristiani e tutte le persone credenti a unirsi a noi nella Giornata di Preghiera per la Pace in Mozambico che si realizza il 22 novembre, 2015, Festa di Cristo Re dell’Universo e Principe della Pace, in tutte le parrocchie e comunità del paese
Firmato: Conferenza Episcopale del Mozambico

Matola ,  07 novembre 2015

GIORNATA DI PREGHIERA PER LA PACE IN MOZAMBICO

Muliquela,  22 novembre, Festa di Cristo Re 

Con l’aiuto del passaparola e del cellulare, la giornata di preghiera è stata celebrata in tutte le 55 comunità cristiane di villaggio, alle quali abbiamo fatto pervenire anche il testo da leggere – con coraggio e fede – in ognuna delle comunità.

Qui in sede nella Parrocchia abbiamo implorato la Pace con la Processione pregando e meditando sulle parole dell’Appello dei Vescovi, impegnandoci ad essere strumento di Pace, riconciliazione, convivenza democratica (faticosa perché siamo in una delle Provincie  in cui ha vinto il partito di opposizione, perciò  “non grati”).

Invio qualche foto e chiedo preghiera e sostegno morale.

in preghiera per la pace
in preghiera per la pace

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MAGGIO  2015  VERSO MULIQUELA

Alla  Missione di Muliquela, dove sono destinata per rimanere come parte della nova comunità missionaria, siamo arrivate con un viaggio complicato! Partite da Maputo il 27 maggio, dopo aver pernottato a Nampula, partenza con il fuoristrada  verso Muliquela…   Tutto va bene fino a 10 chilometri dalla meta, alle 18,00, quando già era buio pesto e qui… sorpresa..  il ponte provvisorio, costruito  dopo  l’alluvione,  era intransitabile. Altre vetture desideravano come noi andare oltre il fiume, ma nessuna  passava perché le travi del piano stradale del ponte si erano schiodate e una macchina era rimasta “incastrata” a metà ponte, bloccando il traffico. Viste vane le speranze di transitare, non restava che fare dietrofront e arrivare a Muliquela per “altra via”  lunga ben…circa 500 chilometri. E cosi fu. Eravamo partite da Nampula in macchina alle 10 del mattino imboccando la strada asfaltata nº 1 che e unisce Pemba a Maputo. A Mpevo, 90 km  da Muliquela, avevamo lasciato la Uno per dirigerci verso il Nord  sentendo già aria di casa. A 60 km eravamo entrate nel Distretto di Ile, il “nostro” distretto! Tutto avremmo immaginato tranne che, dopo tre o quattro ore avremmo rifatto la stessa strada, dopo aver assaporato la gioia di trovarci alle “porte” della nostra Gerusalemme. Ma fu così. Come per incanto la stanchezza scemò ed eccoci a ripercorrere i 90 per arrivare all’incrocio di Mpevo, riprendere la Uno per raggiungere – a 160 km. l’Alto Moloque. Lasciare la Uno  che ci avrebbe riportato a Nampula e imboccare la “sterrata” verso Gurue. 120 km che percorremmo in QUATTRO ore abbondanti giacché  si snoda su fianchi di montagna. L’unico nemico il “sonno”, vinto pregando, cantando, raccontando … dopo aver fatto uno spuntino che il poco che ci era restato.  Il padre, originario di Alto Moloque, (passammo vicino alla casa della mamma) conosceva tutti i villaggi e missioni per cui passavamo. Quei nomi: Nauela, Milevane… mi erano familiari. Di loro ne parlavano i padri Dehoniani con i quali avevo lavorato a Molumbo dal 1976 al 1983, ricordando anche i nomi dei missionari che parlavano di quelle terre con venerazione speciale. Il buio pesto ci impediva di godere del panorama. Unico diversivo ammirare gli alberi di mango che durante tutti i 120 chilometri costeggiano la strada Alto Molocue – Gurue, piantati dai portoghesi almeno cent’anni fa. Il padre abbandonò di qualche metro la strada principale e  i si fermò indicandoci una croce: era il cimitero della missione dove riposano tutti i Missionari Dehoniani deceduti in Mozambico. Incredula mormorai alcuni nomi: Leali, Comi, Zanetti, Francesco, Luís Monoca …Ossana…si tutti. Ci sentimmo sotto la loro protezione per arrivare sane e salve a Muliquela, la loro Missione, dove tutti loro avevano certamente lavorato almeno qualche tempo. La loro “presenza” e il buio ci tolsero la paura del “Caracol”, la strada a chiocciola con veri e propri tornanti dissestati con burroni che ci avrebbe portato a valle! E a valle, cioè a Gurue e precisamente nel seminario medio di Nvinha dove padre Januario é rettore! Eravamo a 80 km da Muliquela. Ottenemmo che l’autista riposasse un po’. Intanto ci preparammo un caffè, un tè e facemmo uno spuntino. Alle 3,30 eravamo di nuovo in marcia. 80 km asfaltati non sono niente, se non fosse  l’incubo dei QUATTRO PONTI d’emergenza, fratelli di quello che non ci aveva lasciato passare. L’unica speranza una “mezza” assicurazione che si “Passa”  E passammo, nonostante la discesa a picco nel letto dei tre fiumi: uno passato al guado, un altro superato su un buon ponte, il terzo dopo momenti di brividi per la risalita con la trazione a quattro ruote e il quarto tranquillamente. Ad accompagnarci una nebbia fitta di quelle da Bassa Padana.  Alle 5, finalmente lasciammo la strada maestra e imboccammo la i 3 km di pista d’emergenza della Missione di Muliquela, quella che, all’andata, avevamo percorso in taxi. Eravamo arrivate. Cominciava ad albeggiare. Il portone si spalancò, dopo pochi minuti il generatore illuminò la casa….  Tutta la stanchezza sembrava sparita: Grazie Signore! Grazie alle persone che ci hanno accompagnato con la preghiera.

Giugno 2015

Il mese di giugno, è stato per la missione di Muliquela – Ile, un mese intenso di avvenimenti religiosi e pastorali.

7 GIUGNO  Festa del Santissimo Corpo e Sangue di Gesù

Alle sei del mattino, le campane della chiesa dedicata alla Madonna di Fatima, cominciarono a suonare allegramente, segnando l’arrivo dei bambini  della Prima Comunione, provenienti da  sei comunità cristiane di villaggio, il più vicino a tre chilometri di distanza. Arrivarono a gruppetti,  con i vestiti dei giorni feriali, ansiosi di indossare l’abito festivo, piegato accuratamente nel cesto portato dalle mamme.

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venendo anche da oltre 8 km, nel cesto portano il cambio dei vestiti compresi quelli da cerimonia, per cambiarsi prima di entrare in chiesa

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Dopo aver preso il bagno,  eccoli rivestiti a festa, con il viso reso lucente dalla vasellina profumata.  Nell’attesa di entrare per la Messa, il sagrato della chiesa si animò di colori, di famigliole in festa, di catechisti che davano le ultime raccomandazioni ai comunicandi, emozione, preludio dell’intensità religiosa che avrebbe accompagnato la cerimonia, prolungatasi fin dopo mezzogiorno, terminando con la Processione Eucaristica.

VISITA PASTORALE

La visita Pastorale alla Missione è durata 10 giorni, durante i quali il Vescovo, mons. Francisco Lerma, ha raggiunto, non senza fatica per le strade pessime, devastate dall’alluvione, i sette centri pastorali a cui fanno capo le 54 comunità di villaggio della Parrocchia.

imponendo le mani (Copia)
imponendo le mani
ricevebdo tutti (Copia)
ricevendo tutti

saluta (Copia)

benedice statua Madonna di Fatima (Copia)

Mons. Lerma benedice la statua Madonna di Fatima

un saluto ai fedeli

sta pregando per la benedizione (Copia)

Nella sede della Parrocchia giunse il 20 Giugno, festa della Madonna Consolata.  Le foto parlano da sole dei diversi momenti dell’incontro del Pastore con il suo popolo, seguendo una intensa agenda. Come per la prima Comunione, le campane cominciarono molto presto a suonare segnando l’arrivo dei cresimandi:  un centinaio, giunti dalle sei comunità, dall’età compresa fra i 12 ai 70 anni. Particolarmente emozionati questi ultimi: chissà quale storia di cammino spirituale, superando tante difficoltà, li ha condotti al giorno glorioso della Cresima. A volte, fu la difficoltà a reperire i documenti del Battesimo, distrutti dalla rivoluzione,  non essendo facile trovare testimoni, se il Battesimo fu ricevuto in parrocchie e provincie lontane ( io  ho testimoniato per il Battesimo di Graciete, battezzata a Mulumbo, da piccola, nel 1981!!).

Momenti forti della giornata:

  1. l’accoglienza del Vescovo  lungo la strada sterrata
    2.      La benedizione della edicola della Madonna di Fatima  ricordando i 75 anni della Fondazione della Missione
    3.      L’Incontro, uno ad uno, dei catechisti e animatori delle Comunità, di tutta la Parrocchia (delle 54 comunità)
    4.      La Messa solenne con il sacramento della Cresima
    5.      L’assemblea Pastorale parrocchiale.

Per ultimo il pranzo comunitario iniziato verso le  QUATTRO del pomeriggio!

Beata Irene Stefani festeggiata nella Terra del Miracolo

Il 28 giugno, in festa un mese dopo la Beatificazione in Kenya di suor Irene Stefani, la missionaria della Consolata, che la gente chiamava : Mamma tutta misericordia”.  VEDI ARTICOLO precedente su spigolatura

tra i fedeli in attesa, vi erano anche i catechisti e le loro famiglie (Cópia)                           Testimoni dell'acqua di suor Irene (Cópia)

Tra i fedeli in attesa, vi erano anche i catechisti e le loro famiglie              Testimoni dell’acqua di suor Irene

ATTIVITÀ’  PASTORALI  

 Scuola di Taglio e Cucito , Dopo-scuola, Oratorio
Il 31 maggio avevamo annunciato in Parrocchia che, con il nostro ritorno, sarebbe  ripresa la  scuola di taglio e cucito e si aprivano le iscrizioni per il dopo-scuola e l’oratorio. Sapevamo che le candidate alla scuola di cucito erano un quindicina. Calcolavamo al massimo altrettanti ragazzi, perché sono poche le famiglie entro un chilometro di distanza.  Le altre vivono oltre i tre, e nessuna di noi pensava che ragazzini, dopo mezza giornata di scuola, venissero fino a Muliquela  per riprendere in mano i quaderni. Ma non fu così: le donne iscritte superarono la trentina e gli “oratoriani”, arrivarono all’ottantina e in seguito aumentarono!

Mani che stracciano lo schizzo dei modelli
Mani che tracciano lo schizzo dei modelli
desiderosi di sapere
desiderosi di sapere
pensieroso
pensieroso

Le foto possono aiutare a comprendere  ciò che è successo. I primi ad arrivare furono i “piccoli” perché vanno a scuola al pomeriggio. E al pomeriggio a gruppetti arrivarono quelli delle medie!  Il primo giorno, dopo aver composto l’orario e formato i gruppi, visto che nessuno prendeva la strada del ritorno, cominciammo a “giocare” facendo un immenso giro tondo, includendo anche bambini dell’asilo che si erano accompagnati ai loro fratelli e sorelle  maggiori.

garbata dolcezza
garbata dolcezza

Tutti questi ragazzi fanno al giorno almeno sei chilometri a piedi e di corsa Le foto parlano della grande avventura di alfabetizzare, di insegnare a leggere a scrivere, di aprire gli occhi sul mondo, perché a dire il vero, la scuola dà pochino!!!

LUGLIO  2015

Madre Simona Brambilla
Madre Simona Brambilla

Ai primi di luglio, la nostra Comunità ha ricevuto, per la prima volta, la Visita della Madre Generale suor Simona  Brambilla, e della sua consigliera suor Natalina Stringari. L’arrivo era previsto verso mezzogiorno, era già sera quando udimmo l’avvicinarsi del  fuoristrada: non si era messo in conto la necessità di fare un grande giro, sempre per via di quelle benedette strade interrotte, dall’alluvione di gennaio! 

Furono tre giorni di   intensi di comunione fraterna, di riflessione e ricerca di cammini per rendere significativa la nostra presenza missionaria in questa missione che è una delle poche nuove aperture in tutto l’Istituto.  Ci fu raccomandato  di programmare il progetto apostolico secondo il carisma delle Missionarie della Consolata, attualizzato nell’oggi di Muliquela, coltivando la vita comunitaria, la preghiera e l’apostolato, come dimensioni e percorsi di Missione.

“ 50 X 3 = 150 Anni di Missione in Mozambico

Quando, il 7 gennaio 1965, tre giovani missionarie della Consolata, dopo 33 giorni di navigazione sbarcavano nel porto di Nacala in Mozambico, non immaginavano che il 25 luglio del 2015 avrebbero festeggiato insieme il 50º anniversario di Missione, in Mozambico. È quanto accadde alle missionarie della Consolata, Silveria Casiraghi, Florentina Busnello e Dalmazia Colombo.

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suor Silveria Casiraghi, 50 anni di missione in Mozambico e 60 di Professione Religiosa
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tutte in festa per gli anniversari con un brindisi

Come ringraziare il Signore per un dono così grande ? Grazie a lui, al popolo mozambicano che ci ha accolto e a tanti parenti e amici che non cessano di portarci nel cuore e di sostenerci con la preghiera e la solidarietà.

AGOSTO

A Muliquela le visite sono poche. Potete immaginare la gioia provata nel ricever gli amici del Gruppo SOLE ONLUS di Grugliasco  che da anni seguono diversi progetti in Mozambico, con i quali ho un rapporto di amicizia solidale! Grande fu la gioia di ospitare Stefano, presidente dell’Associazione, e la giovane  coppia Valeria e Ivo.  

Stefano Bauducco
Stefano Bauducco in una foto di repertorio

Rimasero con noi tre giorni, partecipando alle nostre attività, visitando comunità lontane e… donandoci cose buone e belle nonché “soldini” per dare continuità alla nostra presenza missionaria in Mozambico.

SETTEMBRE

Paese che vai… votazione che trovi

La diocesi di Gurue,   ha:  2.1070.628, abitanti, * 702.115 battezzati, * 25 parrocchie /missioni *  1.780  Comunità cristiane  di paese /villaggio) *  48  sacerdoti * 47 suore. * 996 catechisti volontari scelti dai fedeli della comunità.  

non ci sono banchi per tutti
non ci sono banchi per tutti

La vita delle Comunità Cristiane, come è facile dedurre, si sostiene per  il lavoro   dei catechisti chi il Consiglio di Comunità, con un presidente e gli incaricati dei diversi servizi, religiosi   e di promozione umana: catechesi,  preparazione ai sacramenti di bambini e adulti,   liturgia domenicale  della Parola e distribuzione della Eucaristia, animazione di Gruppi giovanili, movimenti… .  assistenza  ai malati, funerali.. Domenica 20 settembre ho assistito all’elezione del presidente del  Consiglio di Comunità  avvenuta durante la Celebrazione domenicale con una procedura che mi fece esclamare: “Paese che vai… votazione che trovi”

la navata centrale
la navata centrale

All’apertura del “seggio” i candidati si presentarono all’altare rivolti all’assemblea. Fu fatto l’appello dei presenti e dopo un momento di silenzio — mentre mi chiedevo come  si avrebbe votato – , i candidati girarono le spalle al popolo dirigendosi verso il tabernacolo. Ancora momenti di silenzio, poi , senza fretta, qualche fedele, si alza e esce di chiesa.  Poi altri, altri ancora. Dopo una manciata di minuti, ecco che uno dopo l’altro rientrano e, sotto lo sguardo vigile degli scrutatori,  collocano, ai piedi di uno dei candidati, un sasso, e in buon ordine tornano  al loro posto. La votazione durò una bella ora. Quando più nessuno si alzava, né rientrava, la sessione fu dichiarata chiusa e si passò al conteggio dei “sassi”, segnando il risultato su un registro.  Finito il conteggio, dopo la rimozione dei “voti”, i candidati si girarono verso  l’Assemblea  mentre veniva annunciato il nome dell’eletto:  Francisco Buero.

Seguì l’acclamazione,  le congratulazioni dell’assemblea!

NOVEMBRE

Il 4 novembre ho celebrato  i SESSANTA ANNI della mia entrata fra le Suore  Missionarie della Consolata. Ho passato la giornata lodando il Signore, pregando e facendo memoria  di tutte le persone che mi hanno accompagnato e che ho incontrato in questi lunghi anni, compresi questi che vivo in Mozambico.

Con l’augurio di un anno colmo di serenità, vissuto nell’Amore e nella Misericordia di Dio Padre.

suor Dalmazia

il sorriso aperto di suor Dalmazia
il sorriso commosso di suor Dalmazia

Mozambico, festa di San Francesco, 4 ottobre 2015

Mozambico, festa di San Francesco, 4 ottobre 2015

 

GIORNATA MISSIONARIA 2015

 

Carissimi amici e benefattori,

 

      ho la gioia di comunicarvi che dal 25 maggio 2015 faccio parte della nuova comunità di Muliquela–Ile, che in gennaio è stata colpita da un’alluvione devastante. Siamo in quattro sorelle di quattro nazionalità: Aura, colombiana; Janete, brasiliana; Julia, keniana; e io Dalmazia, italiana. Il parroco è un sacerdote diocesano mozambicano. Il nostro compito è quello di valorizzare le potenzialità del posto con corsi di formazione e attività di promozioni umana e spirituale.

 

 

Sr Janet e suor Aura

 

La riapertura di questa comunità con le suore Missionarie della Consolata era stata desiderata e richiesta dalla gente che, con preghiere costanti, aveva mantenuto la fede ricevuta dai Missionari forzati ad abbandonare la missione sostenuta dai catechisti.

 

Ciò che ci sorprende è la vitalità delle 54 comunità cristiane che nonostante le rovine degli anni di abbandono, si mette in cammino per evangelizzare con lo spirito che il Papa Francesco ha richiamato nella sua lettera per la Giornata Missionaria di quest’anno: “Chi segue Cristo, non può non essere missionario, perché sa che Gesù cammina con lui, con lui parla, respira e con lui lavora”.

 

 

 

 

Mentre sto scrivendo il villaggio è inondato dal rullo dei tamburi e dai canti religiosi. Sono adolescenti che domenica prossima andranno in “Missione” in un villaggio distante tre ore di cammino per portare l’Annuncio di Gesù, con l’entusiasmo della loro età, coinvolgendo grandi e piccoli con la musica e la danza che parlano del Vangelo e dell’amore fraterno. Una lezione di stile, creatività e coraggio per tutti noi! Ed è una prassi questo sostenersi a vicenda. Quasi ogni settimana un gruppo va in Missione, incluso quello dei bambini dell’Infanzia Missionaria.

 

Questa missione è dedicata alla Madonna di Fatima e a Lei affidiamo ognuno di voi che da anni ed anni ci sostenete nelle nostre attività dandoci la possibilità di rimanere attivamente in Missione portando la consolazione di Gesù.

 

Con tanto affetto e riconoscenza ricordo tutti e ciascuno nella preghiera e, con le sorelle suore, ci raccomandiamo alle vostre preghiere.

Buona Giornata missionaria.

 

Suor Dalmazia Colombo

Missionaria della Consolata

Diario dal Perù – Ermanna e Peppino dal 20 ottobre al 10 novembre 2009 – Prima e seconda parte

Partenza da Sedriano

Sono le tre e mezza e suona la sveglia. Peppino si alza quasi per primo e subito avverte un dolore forte alla gamba sinistra.  Non riesce a stare in piedi!  Panico per tutti e due. Ci si prepara sperando che il dolore passi, ma invano. Poi Peppino dice: “Andiamo”. Ad accompagnarci c’è il nostro amico Gigi che mi aiuta in tutte le incombenze all’aeroporto. Allo sportello della KLM  chiedo l’assistenza per il trasporto interno agli aeroporti e ci viene accordata. Dopo una telefonata a Suor Dalmazia sul da farsi, ne seguo i consigli e il viaggio prosegue. Atterriamo finalmente a Lima. La mattina dopo Don Antonio lo porta al pronto soccorso. Diagnosi: strappo muscolare. Una iniezione, analgesici, controllo a casa del giorno dopo. Attualmente il male è regredito, ma non sparito. Questa situazione non ci condiziona più di tanto perché qui si viaggia sempre in taxi  al prezzo di mezzo euro per corsa!

Manca una carta

Siamo stranieri per il Perù e così al controllo finale manca una “carta”. Per fortuna la possiamo compilare al momento e tutto si risolve. Le valigie arrivano naturalmente per ultime e fuori dall’aeroporto di Lima non vediamo Don Antonio, ma ci vengono incontro Don Abelardo e altri sacerdoti che ci hanno riconosciuto grazie anche alle nostre foto riportate sul sito: www.sullarcadinoe.it

Guida il pulmino Paulo, l’autista del vescovo, che ci porta al Seminario in attesa di Don Antonio che nel frattempo era andato in ospedale per ritirare il referto di un esame importante. Il seminario, non pensate a quello di Seveso o Venegono, e’ un caseggiato tipo condominio, in centro a Lima. L’atmosfera e’ cordiale e famigliare. Ci servono un tè che sa di camomilla con dei biscotti squisiti fatti dalla cuoca, ma il pensiero fisso di don Antonio che non arriva ci fa impensierire. Subito Padre Abelardo se ne accorge e si decide di andargli incontro in ospedale. Appena girato l’angolo ci arriva la telefonata che e’ tornato e che ci aspetta. Lo vedo sorridente e radioso: “Sono stato promosso! Un vero miracolo”. L’emozione e’ tanta e subito decide di andare in chiesa a ringraziare il Signore e siccome la chiesa e’ dedicata a Sant’Antonio ringraziamo anche lui.

La prima serata da Lima ad Huacho

La città di Lima nel centro è come Milano, poi negli altri quartieri sembra una città orientale con grandi insegne illuminate. Il traffico delle sei e’ caotico. Verso la periferia tutte le luci si spengono ma la città continua sulle colline in un incredibile scenario natalizio, un presepe vivente, che mi concilia  il sonno, mentre continua la recita del rosario con le litanie in latino. Si arriva a Huacho verso le quattro del pomeriggio, in sostanza sono ventiquattro ore dalla partenza. Peppino ed io siamo storditi e non riusciamo nemmeno ad accettare l’invito del vescovo di fermarci a cena. Non vedevamo l’ora di arrivare a casa di don Antonio.

Primo giorno da Peruviani 

Peppino non può guidare e il don sono sei mesi che non guida, ma si parte lo stesso con il fuoristrada della parrocchia. Di Pacifico l’oceano ha solo il nome perché onde fortissime lambiscono il litorale e le barche e i pescherecci ormeggiati. La spiaggia che vediamo e’ pronta per l’estate con piscine all’aperto, campi da gioco ed anche un palco per gli spettacoli. Di fronte all’oceano piccole chiesette. Una di queste, fatta edificare da un oriundo siciliano, ricorda lo scampato pericolo di uno tsunami. Un’altra intitolata “Stella Maris” era aperta perché una signora la stava preparando per la messa settimanale delle 19. Dal fruttivendolo che sostava lì davanti ho comperato un po’ di frutta e verdura. Per le strade del porto tanta gente in movimento, non per turismo, ma lavoratori, pescatori, qualche ristorante all’aperto, muratori e lavori stradali e di consolidamento.

Il Presepe vivente

Si riparte per vedere da vicino il “presepe vivente”. Le strade sconnesse le avevo gia’ viste in Mozambico, ma qui tra dossi moderni e non, buche, lavori stradali e le strade in salita verso le colline di sabbia mi davano la  sensazione di essere sull’autoscontro. Le capanne africane col tetto di paglia avevano e hanno tanto verde attorno, qui sono meno romantiche, senza verde attorno, squadrate e allineate sulla collina, da sembrare disegnate e colorate con poco colore dai bambini.

Tutto cambia arrivati in cima alle collinette perché lo sguardo si allarga su un panorama mozzafiato. L’oceano ruggente scava insenature geroglifiche e il silenzio del deserto ti dà la sensazione di sentire le voci dell’universo. Il don fa notare che su alcune colline, forse tappe di altri culti religiosi, ci sono delle croci con simboli ,cristiani e non, che vengono portate anche in lunghe processioni su e giù per il deserto.

I pranzi

Qui dal don i pranzi sono sempre occasione di incontro con altre persone. La cena è invece frugale, magari con i resti del pranzo e sul piatto per il don c’è il promemoria di Carmen, la cuoca che lavora fino alle cinque: ”Per il don, senza sale”. Il menu’ varia: se ci sono preti italiani allora e risotto alla milanese e ossi buchi, per i preti peruviani la pasta asciutta e il cebiche, ma non chiedetemi la ricetta. Ripartono tutti sorridenti e rilassati. Il segreto sta nel clima di famiglia che il don cerca di instaurare sempre.

Don Antonio 

“Sono stato promosso” dice a tutti quelli che manifestano apprensione per la sua salute, ma loro  insistono con parole e gesti affettuoso di  riguardarsi. Un po’ ha rallentato se non altro per farci compagnia. Segue una dieta senza sale e poca acqua e così e’ visibilmente dimagrito, ma è sereno ed attivo quanto basta. La sua casa, con giardinetto, e’ adiacente ad altre casette unite tra esse da un muretto lungo tutta la via, non asfaltata. Arredata in modo spartano e’ però molto funzionale. Se poi e’ lui ad aprire allora sembra una reggia.

Cenetta finale

Don Antonio mi presenta come “hermana” che significa sorella o suora. Poi presenta il  cognato Peppino, che significa “signore” “don”.  Immancabilmente si fanno ripetere il mio nome. E io rispondo Ermanna con due “ enne” e tutti si divertono a ripetere la pronuncia con due enne.